"Non si può non comunicare". Un giorno, aprendo un libro di semiotica durante l'Università mi sono trovato di fronte questa frase di Paul Watzlawick. Fu un'esperienza folgorante "non posso non comunicare". Era geniale questo piccolo e semplice aforisma.
Tutti infatti possono capirlo e tutti possono attraverso esso iniziare a liberarsi di alcune imprecisioni che guidano il nostro comunicare - che poi è anche il nostro esistere ma non voglio andare troppo sull'approfondito.
La prima imprecisione é abbastanza semplice ma sorprendentemente diffusa: noi riteniamo di comunicare solo quando siamo coscienti di farlo e nel 99% dei casi lo riferiamo al parlare. E, in entrambi i casi, sbagliamo.
La comunicazione infatti é un processo bidirezionale che coinvolge uno o più persone in cui è sufficiente che una di queste avvii un processo o rapporto significativo (ora lo spiego) con l'altra o le altre. Ad esempio stai leggendo il tuo libro, seduta su una panchina. La tua concentrazione é rivolta alla sequenza di parole contenute nella pagina, quindi a livello cosciente tu "stai facendo" quello (leggere), ma parallelamente sei un elemento esperibile (soprattutto con la vista) all'interno della scena in cui ti trovi. Un ragazzo che passa potrebbe vederti mentre passa e, mettiamo, riconoscerti fino a decidere se è opportuno o meno chiamarti per un breve o lungo saluto.
Come si vede dall'esempio Watzlawick aveva ragione "non si può non comunicare" e soprattutto comunichiamo anche senza accorgercene e spesso senza poter controllare questo processo.
La dimensione del "controllo della comunicazione", oggetto d'attenzione sin dalle prime riflessioni umane sull'arte oratoria, é associata per lo più ai nostri sistemi di riconoscimento e "correzione" sulla base di ciò che desideriamo "trasmettere" agli altri. Dato che la nostra intera esistenza è fortemente soggetta al controllo morale, e quindi a regole-leggi-principi-obiettivi-aspettative, la frase di Watzlawick getta molti nello sgomento.
Questi dicono "ma come, spendo intere mattinate per vestirmi come ritengo più opportuno, ho fatto corsi per parlare e gesticolare come si deve, ho imparato a stare al mondo in modo tale da ottenere ciò che voglio e qui mi si viene a dire che non controllo la mia comunicazione?".
Nonostante tutta la PNL, i corsi di questo tipo e tanta tanta tanta pseudoscienza in campo comunicativo, comunicare resta un'attività che sfugge al singolo per entrare sul piano intersoggettivo, mischiando processi culturali, psicologia individuale e tanto altro ancora.
Verrebbe allora da dire: "allora non c'è niente da imparare per comunicare meglio, dato che comunque si comunica". E qui c'è l'altro errore. Comunicare è sì un processo ineludibile, inevitabile se ci relazioniamo col prossimo (anche se questo é una pianta o un animale) ma esistono alcuni principi di base che ci aiutano ad avere coscienza di cosa sia questo processo che ci riguarda e soprattutto esistono tecniche per riuscire ad ottenere l'unico serio fine della partecipazione comunicativa ovvero "esprimere" "esprimersi" "relazionarci".
Conoscere la comunicazione significa imparare a conoscere se stessi e ciò che ci attornia; e tutto questo passa attraverso la competenza linguistica.
Dato che però siamo al primo appuntamento di questo "Comunicazione - Indipendenti si diventa" allora fermiamoci qui riprendendo quanto intanto detto:
- non si può non comunicare
- comunicare é un processo di relazione basato sul riconoscimento di significato che chi vi partecipa dà ad alcune percezioni
- il primo obiettivo, implicito, del comunicare é relazionarci attraverso l'esprimere
- si comunica non solo parlando