Economia individualista

La domanda che dovrebbe guidarci in questo momento é: c'è qualcosa di intrinsecamente sbagliato nel nostro sistema economico?

Tutte le altre domande hanno infondo dei pesi e delle misure che non sono relative all'urgenza: chi siamo? discendiamo veramente dalle scimmie? Wojtila ha realmente fatto un miracolo? la sconfitta con la slovacchia è peggiore o meno di quella con la Corea?

 

Questo sistema economico si dice "di mercato" e basato sull'efficienza.

 

Di fatto ogni sistema andrebbe valutato dalla sua capacità di soddisfare bisogni e di farlo secondo equilibri di efficienza - minor dispendio di energia, maggior equilibrio con gli altri sistemi (es. quello naturale).

Uno dei problemi più grandi del sistema capitalista é indubbiamente quello del valore.

 

Cos'ha valore? Un clic di un mouse che sposta oggi su un titolo azionario piuttosto che su un altro l'equivalente valoriale dello stipendio di centinaia di persone é a tutti gli effetti la dimostrazione di un problema di definizione del valore.

 

Nel momento in cui il valore perde qualsiasi attinenza con il processo biologico di esperienza del valore - quello che parte dalla necessità, passa al processo di faticosa ricerca della sua soddisfazione e termina con il raggiungimento temporaneo di quest'ultima qualora siano sfruttate al massimo le capacità di azione risolutiva a noi fornite - un sistema non può far altro che perdere la sua reale capacità di armonizzazione interna ed esterna. Interna nei termini di generazione di equilibri tra le sue componenti endogene ed esterna nei termini di armonizzazione con le componenti esogene.

 

Un altro problema del capitalismo, che questa fase storica sta esplicitando, é quello della spinta individualista. Il capitale porta automaticamente i membri di una società verso una valorizzazione quantitativa dei rapporti (principalmente basata sul denaro come unità di misura) e ciò comporta la generazione di relazioni fondamentalmente individualiste.

Fino a qualche decennio fa tale atomizzazione della società era scongiurato dalla sua gerarchizzazione. Il capitale comunque era distribuito in modo ineguale e i pochi che lo detenevano riuscivano a "creare organizzazioni" di massa - composte per lo più da persone ridotte a mera forza lavoro - che efficientavano illusoriamente il sistema. Grazie alla gerarchia di comando infatti il sistema relazionale é fortemente semplificato ("io comando, voi eseguite") e soprattutto il tema del riconoscimento delle necessità e della loro soddisfazione é demandanto ad una minoranza.

Oggi il sistema capitalista non riesce più a garantire queste organizzazioni di massa ma spinge ad un individualismo produttivo e di consumo. Il simbolo di quest'epoca del capitalismo é la figura del libero professionista, del manager a contratto e dello speculatore di borsa.

Nessuna di queste figure ha a che vedere con un'ottica comunitaria. Ciascuno persegue un interesse individuale, nella mediazione con le necessità dei committenti.

Questo, moltiplicato per quanti ne sono rappresentazione, equivale a rendere inefficiente il sistema principalmente per eccesso di offerta e disorientamento generale in tema di valore.

 

Infondo la domanda che ci dovrebbe guidare é: tutto questo a cosa serve?

 

 

Il risultato drammatico di questo sistema economico é la sua incapacità di generare equilibri. La comunità, questo principio fondante dell'esistere, é ridotta ad obiettivo del marketing che arriva a questa evidenza dalla finestra anzichè dalla porta principale. La comunità diventa community perché la community ci mantiene solo nel nostro ruolo di consumatori.

Mentre dovremmo ricostruire comunità, noi siamo portati a fare community, nel tentativo di cercare di convincerci che il nostro orizzonte di riflessione debba rimanere quello individualistico della nostra propensione di consumo.

Ci scegliamo le persone con cui relazionarci, scegliamo di leggere o meno i loro post, scegliamo di esserci o non esserci. Ma soprattutto facciamo tutto questo dimenticandoci del nostro ruolo produttivo e grazie al fatto che quest'ultimo ci sostiene.

 

Allora la nostra consapevolezza critica diventa al massimo fare acquisti collettivi o firmare una petizione o comprare il caffè del commercio equo e solidale. In perfetto stile conservativo e autocelebrativo le nostre teste ci spingono a continuare a darci ragione: la parte del consumatore è quella dove abbiamo maggior potere e quindi dobbiamo operare lì.

Questo proprio nel momento in cui noi stiamo perdendo possibilità di consumo, ovvero stiamo perdendo gli strumenti per consumare - primo fra tutti quello delle risorse monetarie ("ci mancano i soldi").

 

Dovremmo ribaltare il meccanismo e metterci dall'altra parte. Dovremmo capire che il mondo non si cambia dal consumo ma dalla produzione, non si cambia da una croce su una scheda elettorale ma dall'essere su quella scheda elettorale, non si cambia dal fare community ma dall'essere una comunità.

 

Quando anche l'ultimo albero sarà tagliato ci accorgeremo che il denaro non si mangia? No.

La risposta è no. Noi abbiamo evolutivamente soffocato la nostra capacità di riconoscere l'equilibrio e quindi il confine tra il bene e il male, il conforme e il difforme. Siamo drogati di noi stessi, del nostro linguaggio, della nostra intelligenza.

 

La qualità, l'empatia sono oggi le strade per iniziare una terapia di recupero. Il ritorno all'esperienza biologica del valore, la relazione solidale che guida l'economia, la produzione consapevole.

 

La relazione solidale che guida l'economia, l'organizzazione delle nostre vite, é la nostra unica e ultima speranza.