"A me mi piace". Errore grammaticale, espressione profonda di un fenomeno primordiale. Non è che semplicemente "mi piace", sottolineiamo proprio che chi enuncia, chi parla, e dice "mi piace" "sono proprio io". Perchè quel "mi" è riduttivo. Può trarre in inganno. Pare quasi soft.
Ecco il "a me mi piace" o "mi piace" o "io preferisco questo" é la formula più detestata dai tecnici (parlo della comunicazione, ma penso si possa estendere a tutti i settori). Anche perchè si ferma lì. E' un "mi piace", punto. Non c'è un perchè, un per come, un "ho capito gli equilibri di ciò che proponi alla luce di dieci anni di studio intensivo ed esperienza sul campo" ... é un imperativo categorico.
Ora questo fenomeno del "mi piace", croce dei professionisti e soloni della tecnica, é molto interessante e la riflessione oltre che lo studio su di esso rappresenta - a mio parere - un pilastro di ogni filosofia/teoria/pensiero sull'essere umano e i sistemi relazionali che genera.
Quattro anni fa tentai invano di esprimere quel che pensavo di aver capito su tutto questo in un libro - 222 pagine fitte fitte - poi in una serie di articoli rimbalzati dai miei due saggi revisori universitari e infine in un saggio. Tutto questo studiare dietro a "mi piace"?
No, diciamo tutto questo "mi piace" dietro allo studiare. Perché secondo me quel "mi piace" - nel caso dei testi di cui sopra analizzato a partire dall'estremizzazione patologica del comportamento tossicodipendente - é la chiave per cogliere il nostro essere "ingannati e contenti" da cui deriviamo il nostro diventare "distruttori e costruttori" di materia/sistemi/processi, arrivando ad ignorare completamente gli equilibri - ad esempio quello ecologico - in cui siamo (volenti o nolenti) inseriti.
Da dove viene quel "mi piace"? La domanda non è banale: é un vissuto (mi piace perchè mi ricorda qualcosa di piacevole), é genetica (mi piace perchè siamo "programmati" perchè mi piaccia) e quindi istinto, é tecnica (mi piace perchè sono talmente dentro la tecnica da innamorarmi della sua espressione per riequilibrare la fatica di averla appresa), é talento (mi piace senza saper perchè), é bisogno di appartenenza (mi piace perchè piace agli altri)?
In ogni caso quel "mi piace" avvia un dialogo con quanti - ad esempio per competenza tecnica - si trovano a chiarire perchè "non dovrebbe piacere". Ed è lì che emerge l'inganno o meglio, le conseguenze dell'inganno cui siamo protagonisti. Da un lato c'è il tecnico che, forte della sua competenza, cerca di farla valere presupponendo che la devianza (ovvero quel "mi piace") sia un "errore". Dall'altro c'è il giudicante che non riesce ad andare oltre quel "mi piace" perché gli è negato, psicologicamente, definire quello stato, ma da tale esperienza rivelatrice non riesce a trarre un movimento revolutivo.
A. Mi piace verde.
B (tecnico). Guarda il verde non ci sta, è freddo.
A. Boh, non so, ma a me piace verde.
B. Se il resto dei colori è caldo ...
A. sì sì, verde!
B. Mi ascolti?
A. Ma qual è il problema? Mi piace verde.
B. Spiegami perchè ...
A. Boh, non lo so ... è più ... è ... se lo guardi verde esce meglio ...
B. Cioè guarda ... il resto è rosso, arancione, giallo e se ci metti ...
A. Ma scusa m'hai chiesto tu ...
B. ... sì appunto ... vorrei almeno me lo giustificassi ... se io vengo da te a mangiare e ti dico che sulla pasta al pesce ci voglio il formaggio parmigiano tu cosa mi dici?
A. che il parmigiano non ci sta bene ...
B. ecco tu mi stai dicendo che ci sta bene
A. no ti sto dicendo che non ci sta bene
B. nel senso che il "mi piace verde" è come "mi piace il parmigiano sulla pasta al pesce
A. seee ... ora ... va beh dai fai come vuoi
Ecco questo tipo di dialogo è fortemente esemplificativo: prendetelo e riportatelo a livello di dibattito politico o scientifico o da chiacchera per strada e troverete come dopo 2 milioni di anni siamo ancora qui, "ingannati e contenti".
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