Due giorni fa eravamo in viaggio verso una riunione di lavoro. Nel consueto discorrere durante il tragitto abbiamo affrontato una riflessione che le ultime notizie settimanali di e per Mediaxion ci hanno portato ad elaborare.
Uno dei maggiori problemi che si incontrano in questo paese é legato al concetto di lavoro.
Cos'è lavoro?
Nella maggioranza dei casi, a seguito di limiti conoscitivi, lavoro é quel qualcosa che in qualche modo ha generato un prodotto, finito e ben visibile o di cui facilmente possiamo fare esperienza. Praticamente la chiave del lavoro é fondamentalmente il prodotto.
Eppure il lavoro non è il prodotto, é ciò che l'ha prodotto.
Comunque ... la riflessione partiva dalla difficoltà che incontra una realtà imprenditoriale come la nostra nel vedersi riconosciuto il proprio lavoro, secondo un riconoscimento naturalmente molteplice: il riconoscimento retributivo economico (soldi, risorse) e quello del merito (bel lavoro!). Orientativamente le società di servizi hanno il grosso problema del riconoscimento, legato soprattutto al fatto che lavorano non in funzione della realizzazione di un "prodotto" efficiente, ma per la conservazione degli equilibri di coloro che quel lavoro l'hanno commissionato.
Di qui l'analisi cui siamo arrivati, relativa al fatto che in tre anni e mezzo di attività abbiamo capito come per lo più in questo paese si opera non per realizzare realmente qualcosa e fare in modo che esso funzioni, quanto per esserci nel corso della realizzazione. E questo esserci é esplicitato nei termini degli equilibri esistenziali, psicologici e relazionali, dei partecipanti, organizzati secondo le gerarchie più o meno definite dell'organizzazione produttiva.
C'è una "ragione" dietro questa necessità di tantissime persone - per lo più attuali dirigenti (quindi proprio quelli che si spera puntino a realizzare qualcosa e non semplicemente ad esserci nel corso della sua produzione) - di risultare fondamentalmente inconcludenti nel loro aprire centinaia di cantieri (intendo anche metaforicamente) senza essere in grado di, e quindi poterli, concludere e secondo me va riferita all'ansia (rivelativa, dico io) del fallimento.
Siamo probabilmente un popolo talmente viziato ed educato al terrore della colpa esplicitata (cattolicesimo docet) prima e del "oddio non mi staranno mica sgridando!" poi, da evitare in qualsiasi modo ogni situazione reale di verifica, ogni indicatore di fallimento e quindi ogni evidenza di errore.
Pensiamo al debito pubblico italiano e alle dichiarazioni dei ministri che progressivamente questo "fallimento macroscopico" l'hanno generato. Pensiamo alla scarsa capacità italiana di ragionare in termini di mercato e quindi di doversi sempre appoggiare alla conoscenza politica. Pensiamo alle code dei genitori inferociti davanti al ricevimento dei professori severi (ma non per questo "cattivi" o "ingiusti").
In italia si confonde spesso la giustizia con la giustezza. Ma soprattutto in Italia oggi c'è una classe dirigente in totale balia dei propri equilibri distorti, estranea a qualsiasi misurazione di efficacia o fallimento, di correttezza o scorrettezza. Estranea a qualsiasi processo di valutazione di inappropriatezza. E questo provoca il fatto che tutti coloro che bene o male stanno - temporaneamente o indeterminatamente - sotto, apprendono per osmosi questo modo di fare e lo fanno proprio.
Dove sono inconclusivi i dirigenti lo diventano anche i sottoposti e di lì coloro che fruiscono di quei servizi o beni e via di seguito.
Praticamente quando trovi l'efficienza o quantomeno la serietà professionale ti pare d'essere in una candid camera.
L'umiltà del "non lo so fare" del "è bene che ognuno faccia il suo mestiere" del "se ho sbagliato è giusto che sia qualcun altro a farlo" del "mi devo reinventare perchè così non va" é una specie di parola di Dio scesa sulla terra!
La revoluzione principia, inizia, proprio da un processo di autocritica, di messa in discussione della propria struttura mentale e di quanto regoli i nostri comportamenti in modo completamente conservativo. Quanto ci metta nelle condizioni di non dare troppo peso agli errori ed esaltare le vittorie (anche se ad esempio vengono da un rigore al novantesimo, quindi non da noi, ma da qualcuno cui affidiamo le nostre speranze, oppure da un presidente di colore o da un comico col megafono).
è vero, la frase di Galeano sull'utopia é molto bella.
"Lei è all'orizzonte. [...] Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l'orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l'utopia? Serve proprio a questo: a camminare."
Ma se quell'orizzonte si sposta sempre più lontano, sarà mica che ci sta dicendo di smetterla di guardarlo e dare un'occhiatina intorno a noi?Dove sono i piedi, cosa c'è accanto, chi c'è, se ci tiene per mano o si tiene a distanza, siamo ingrassati, dovremmo farci una doccia, intanto la gente vota Berlusconi ...
Buona giornata a tutti!