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Un documentario farà riunire tutti i familiari delle vittime. Francesco Sanna metterà sullo schermo i 20 anni trascorsi dalla tragedia. Ai parenti chiede di condividere i ricordi più dolorosi per cancellare i rancori e le polemiche
Livorno, 12 giugno 2011 - MAURO SCENDE dalla scaletta del traghetto tenendo per mano la moglie. Si ferma un attimo, un attimo soltanto. Non si aspettava di vedere la scritta Moby così grande, così vicina, così uguale a quella della nave che vent’anni fa si è portata via mamma e papà. Era un ragazzo. E mai, fino a ora, aveva trovato il coraggio di salpare dalla sua Sardegna per venire a Livorno, di raccogliere l’invito che l’associazione dei familiari delle vittime puntualmente gli faceva recapitare. Ora è diverso. Ora una famiglia l’ha ricostruita. Ed è pronto. Solo un attimo, solo una breve vertigine, poi Mauro eccome se la scenderà, quella scaletta, eccome se accetterà di inabissarsi in ciò che resta della più grande tragedia della marina civile italiana, Moby Prince, 140 morti, una strage che si è consumata lentamente a solo un miglio e mezzo dal porto e che dopo i processi, le perizie, i colpi di scena, dopo vent’anni di indagini e l’amara conclusione – archiviazione - resta senza un perché, senza uno straccio di verità.
Sarà per questo che Mauro è qui. Che ha deciso di uscire dall’ombra, di attraversare il mare che lo separava da un lutto fino ad ora inavvicinabile e di raccontare la sua verità, almeno quella, almeno la storia di una vita spezzata e dolorosamente ricostruita. Lo fa per un film documentario in fase di produzione che si chiama “Ventanni, storia privata del Moby Prince”, voluto da un altro giovane uomo, Francesco Sanna, che quel 10 aprile 1991 era a Livorno e che ha sentito l’urgenza di riaprire un capitolo ingiustamente chiuso. Voleva raccontare – insieme ai soci della società toscana di comunicazione che presiede, Mediaxion - la storia del Moby Prince, dei processi e delle battaglie, ma strada facendo si è accorto che le storie dei vivi, dei parenti mutilati di un figlio, di un genitore, di una sorella, erano rimaste oscure e ai margini di una vicenda tutta sbilanciata sulla ricerca della verità giudiziaria. Ma cosa ha significato, per questo esercito di persone, perdere un proprio caro in modo così atroce? Come sono cambiate, le loro vite, nella lunga attesa di un perché mai arrivato? Che facce hanno? E perché sono divisi in due associazioni?
IL RACCONTO gira intorno a un pugno di protagonisti, quelli che hanno accettato di essere filmati non solo nei loro sentimenti ma perfino nelle loro città, nelle loro cucine, nel più casalingo dei dolori. Mauro Filippeddu ha perso entrambi i genitori. Erano andati in Toscana per cercare una casa al fratello Andrea, che emigrava per motivi di studio. Stavano tornando in Sardegna. Quando grazie a Francesco e a questo film-verità è approdato per la prima volta a Livorno, quando ha incontrato Loris, il presidente dell’Associazione 140, l’uomo che non ha mai smesso di invitarlo alle commemorazioni pubbliche, Mauro gli ha chiesto: “Ti prego, dimmi una cosa: i miei genitori sono morti abbracciati?”. Erano vent’anni che se lo chiedeva. E finalmente la voce è uscita. Loris Rispoli è il museo vivente della Moby Prince. Livornese, comunista, impiegato alle Poste, ha speso metà dei suoi 55 anni e dei suoi averi per tenere in piedi la memoria. Che avrebbe trovato la verità lo ha giurato sul corpo della sorella. Davanti al lenzuolo bianco. Ma nei vent’anni di ricerca, di commemorazioni, di chilometri in giro per l’Italia per tenere viva la domanda di giustizia, tutti i centoquaranta morti della Moby Prince sono diventati suoi parenti.
SE LORIS è il cuore di questa immane battaglia, Angelo Chessa è la testa. Lui è il figlio minore del comandante del Moby Prince. Ha 46 anni, vive a Milano, fa il chirurgo, e fra periti e avvocati ha speso un patrimonio. Ha fondato un’altra associazione, la 10 aprile, e alle commemorazioni di massa non c’è mai andato. “Finchè non ho la verità – ha spiegato – non riesco ad elaborare il lutto e non posso stare insieme a loro”. Sul traghetto c’era anche la madre. Stava andando in Sardegna dove aveva un negozio. Nel film racconta che quando dopo ore di coda toccò a lui e al fratello Luchino fare il riconoscimento dei corpi, del padre riconobbe solo l’orologio e una medaglietta, “di mamma non c’era niente. Ci hanno detto che aveva i jeans, ma non li portava mai”.
Gli dicono tutti di metterci una pietra sopra, pensano che non si dia pace solo perché sente il dovere di onorare la memoria del padre, sporcata – all’inizio - dai sospetti che in quei drammatici minuti che hanno preceduto l’incidente con la petroliera fosse stato distratto dalla partita dell’Italia. “Ma come si fa a metterci una pietra sopra?”, si sgola Angelo. E poi c’è Giacomo Sini, studente livornese, aveva due anni quando suo padre morì bruciato sul Moby Prince. Era un ufficiale di marina, lo adorava, per anni Giacomo pensava di riconoscere il papà in ogni uomo in divisa che incontrava. Ha maturato una tale rabbia verso le istituzioni, verso quel potere che lo ha fatto crescere senza un padre, che a tredici anni ha cominciato a fare politica nei gruppi anarchici. E’ arrabbiato, Giacomo. Ma ogni tre mesi torna a Pattada, in provincia di Sassari, per stare con i parenti del padre, che era di origine sarda.
Storie lontane, estrazioni sociali opposte, divisi perfino dalle associazioni dei parenti, che sono inspiegabilmente due. Alcuni di loro non si sono mai incontrati. Se si sono parlati, lo hanno fatto solo tramite i giornali. Ma Francesco Sanna, l’autore, li ha stanati, ha ridato loro una speranza, e ha chiesto di siglare un patto: quando il film sarà pronto, dovranno incontrarsi per vederlo insieme. E chissà se questo giovane uomo che cominciò il viaggio vincendo un bando della Mediateca della Regione Toscana, che cammina cammina ha ottenuto i finanziamenti dell’Unicoop Tirreno, della Banca popolare etica, della Camera di Commercio e del Porto di Livorno, chissà se quello che poi è il vero protagonista della storia che abbiamo raccontato, riuscirà a raggiungere il suo obiettivo: ricongiungere le due associazioni dei familiari, mettere in comunicazione i parenti, ripartire dai vivi, anziché dai morti. Perché anche questa è una faccia della verità. E nessuno, fino a ora, l’aveva raccontata (Tutte le tappe su www.mediaxion.it/ventanni).
Geraldina Fiechter, Moby Prince vent'anni in un film, "La Nazione", 12 giugno 2011.