Tra Chianti e Cisgiordania

In questi giorni vediamo la raccolta delle olive,specialmente in un territorio come è il nostro, e mi riferisco al Chianti dove gli ulivi sono presenti nelle campagne attorno ai paesi, che si sviluppano immersi nelle splendide e verdi colline. Se facciamo un giro negli uliveti vediamo che la raccolta delle olive avviene sempre di più per mani non solo degli anziani del posto ma per mani giovani e per lo più di origini diverse. Lavoro per tradizione effettuato da uomini adesso sono anche le donne che raccolgono le olive. La fatica è impressa nei loro volti non più rugosi come un tempo ma giovani, dai capelli raccolti e abiti maschili. Le vediamo scherzare, parlare sottovoce e le parole sono spesso a noi sconosciute.
Gli anziani insieme alle gioveni donne di diverse culture e origini.
Questo è quello che succede nel Chianti, territorio della produzione dell'olio.
Ma c'è un altro territorio che produce olio, la Cisgiordania. Qui l'ulivo non unisce ma divide. Gli uliveti son fonte di contenziosi perchè sono il simbolo del potere e del controllo del territorio sia da parte palestinese che israeliana.
Per la tradizione palestinese l'ulivo oltre ad essere un albero sacro, è importante per la loro alimentazione e per il loro reddito. Circa 70mila famiglie coltivano in totale dieci milioni di ulivi.
Molte organizzazioni internazionali denunciano attacchi continui agli uliveti palestinesi. Spesso questi, vengono scortati nei campi per la raccolta dei frutti per prevenire le aggressioni degli Israeliani.
I Palestinesi accusano i coloni di rovinare i loro uliveti, spogliandoli dei loro frutti prima di poter essere raccolti e piantano ulivi per evitare di dover dare ai coloni i terreni. Gli Israeliani piantano ulivi per non lasciare i territori ai palestinesi.
In Cisgiordania anche l'olio crea violenza. Nel Chianti per fortuna l'olio unisce diverse culture. Forse un giorno l'esperienza del Chianti sarà la realtà della Cisgiordania. Per adesso non è così.