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5 piccole mosse per produrre un contenuto editoriale: il Piano editoriale

BidderosaImmaginate una spiaggia sarda di cinque chilometri, parco del wwf. Accanto a voi fenicotteri rosa e soli quindici ombrelloni di persone pacifiche e conviviali. Il sole vi riscalda, ma la leggera brezza che arriva da nord ovest lo rende un piacevole massaggio invisibile alla vostra pelle. Nel frattempo il mare, piatto, continua a rumoreggiare lentamente abbracciando il bagnasciuga.

 

Ecco io vorrei essere lì, adesso. Invece sono qui al computer a scrivervi del Piano editoriale ... 

 

Tecnologia ed emozioni

La mia passione per l'immagine viene direttamente dalla fotografia, appena ho avuto i soldi necessari, da ragazzo, mi sono comprato subito una reflex Konica, con la quale ero sicuro di poter fare quello che con la vecchia macchina di mio padre, con l'otturatore che scattava da solo, casualmente, non potevo fare.

Ovviamente, non capendoci nulla, non sono mai riuscito a farci nulla di buono.

Non riuscivo mai a fare il fuoco, avevo così paura che mi tremasse la mano che usavo sempre diaframmi ampi e tempi velocissimi, l'iperfocale non sapevo neanche cosa fosse, e portare ogni rullino a sviluppare mi causava sempre una fitta allo stomaco, cosichhè mi vivevo i 4-5 giorni che mi separavano dalla consegna con un ansia incredibile.

Comunicare. Lo fanno tutti ma lo sanno in pochi - parte prima

"Non si può non comunicare". Un giorno, aprendo un libro di semiotica durante l'Università mi sono trovato di fronte questa frase di Paul Watzlawick. Fu un'esperienza folgorante "non posso non comunicare". Era geniale questo piccolo e semplice aforisma. 

Tutti infatti possono capirlo e tutti possono attraverso esso iniziare a liberarsi di alcune imprecisioni che guidano il nostro comunicare - che poi è anche il nostro esistere ma non voglio andare troppo sull'approfondito.

La prima imprecisione é abbastanza semplice ma sorprendentemente diffusa: noi riteniamo di comunicare solo quando siamo coscienti di farlo e nel 99% dei casi lo riferiamo al parlare. E, in entrambi i casi, sbagliamo.

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