Livorno: Giacomo e Stefania

"Siamo qui da mia sorella ... stiamo rifacendo il parquet". Stefania é uguale a mia madre. "Stefania devo farti conoscere mia madre. Secondo me potreste diventare amiche". "Bene". Siete uguali. Fai le stesse occhiate e non sei sarda. "Sì ma i sardi li conosco".

Giacomo ascolta. Quando Stefania parla Giacomo ascolta. Poi lei mi guarda e, mentre lui ha gli occhi bassi, mi fa la stessa occhiata di mia madre quando intende "io l'ho buttata lì vediamo come reagisce". La stessa.

Dura la vita di madre per chi ha un figlio diverso dalle attese.Dura la vita di madre per chi ha un figlio diverso dalle attese, orfano da ventanni per il Moby Prince.

"Dopo andiamo dall'avvocato". Lei mi guarda. Quella frase di Giacomo si poteva dire? "Ma questo nel documentario non ce lo metti vero?". Stefania, Giacomo é anche questo quindi il suo impegno politico ci deve finire. Oh mamma mia. Come mia madre. La stessa espressione. "Questo preferirei di no". "Mamma sono grande e vaccinato". Giacomo rivendica libertà. Ma quel dubbio lo colpisce. Come mi colpivano i dubbi di mia madre. Quando cresci da solo con una donna, con tua madre, il suo parere è importante anche quando è contro. Anche quando è sistematicamente contro. Perché è quel contro a fin di suo bene. Quel bene che comunque lo sai. C'è. E ci devi avere a che fare. "Guarda mamma che quando io parto e faccio i miei giri le tue parole sono sempre importanti. Io ne tengo di conto". "Sì Giacomo ma poi fai come ti pare". "Certo ma io ne tengo di conto anche quando faccio come mi pare. Sei stata una figura autorevole. Le tue parole sono autorevoli". "Bene. Sono contenta. Ma se ogni tanto a questa autorevolezza tu c'avessi messo anche dell'altro ...". Un po' di autorità. "Ecco. Come dice Francesco. L'autorevolezza é bella. Ma se poi fai come ti pare alle volte è poco". Ridiamo.

Giacomo studia. Studia i principi della società liberale. Sottolinea. Si appunta impressioni. Tra poco dobbiamo andare dall'avvocato. Lo aspetta. Perché ci sono state delle denunce. Delle denunce per la sua attività politica. Pare gli abbiano preso le impronte su adesivi che inneggiavano, per le forze dell'ordine, ad intenti bellicosi. "C'era il simbolo di windows Arresta il sistema e dietro una manifestazione". Ma com'erano i manifestanti? "Beh sì era una manifestazione forte. Ma di qui a dire che inneggia alla violenza. Oramai ci hanno mirato. Ci hanno preso di mira. Vogliono fermarci così ed io sono stufo. Anche agli altri compagni alla prossima riunione lo voglio dire. Se continua così non va bene. Io mi sono preso già otto denunce. Tutte per cosette così".

"Eh no Giacomo" ribatte Stefania "'un sono cosette così ... tu sei andato a disturbare una processione". "io sono andato a contestare i fascisti ... quelli della processione ci avrebbero dovuto ringraziare per aver denunciato una uscita politica di fascisti; del contesto religioso non ce ne importava minimamente quel giorno, nonostante si potesse accusare anche la stessa curia che sapeva della loro presenza; i tradizionalisti dovrebbero arrrabbiarsi perché erano stati utilizzati strumentalmente dalla destra fascista che noi abbiamo contestato!". "Ma tu lo sai come sono ... quelli della processione ... cosa ti aspettavi ... non si va a contestare una processione, poi a Livorno, che dicono tutti d'essere dell'altra parte ma guai a toccargli certe cose ...". Giacomo guarda in basso mentre sistema i libri "allora si guardassero da chi va a queste cose ... io ero lì solo a contestare i fascisti. Come mai se la prendono con noi e non con loro?".

In macchina, verso l'avvocato parliamo. Giacomo ha voglia di sfogarsi. Ha ventanni. Ha già sentito le conseguenze dell'ordine. "una denuncia me l'hanno fatta perché ho acceso un lamperogeno in una manifestazione ... te dimmi quanti ne vedono ... ecco a me subito ... dicendo poi cose palesemente false come che l'avevo tirato. Mentre l'ho acceso e poi tenuto basso fino a buttarlo per terra quando esaurito ... oramai ce l'hanno con noi ... con i miei compagni. Non va bene. Oramai a Livorno qualsiasi attività politica non istituzionale é un problema. C'è l'intento politico di rompere le cerniere di solidarietà che si sono costruite negli anni. Prendono di mira le cerniere ma non sanno che dietro ci sono fili già tessuti da anni, che non bloccheranno perché con la paura non ce la fanno e io ne sono stufo. Domani dovevo andare ... invece non ci posso andare perché devo andare dal giudice a Firenze. Queste poi sono cose che ti rovinano. Anche per dopo". Te lo dico Giacomo pensa bene. Pensaci bene. Dove vuoi arrivare e i mezzi per arrivarci.

Arriviamo dall'avvocato. Come promesso a Stefania non saliamo a riprendere Giacomo dall'avvocato. Facciamo coperture di Livorno. La Livorno vicino a Piazza Attias. Quella che dall'11 aprile al 9 aprile dell'anno dopo si dimentica del Moby Prince e una parte di quella che se ne dimentica anche il 10 aprile.

"Tutto ok potete venire". Bene. Com'è andata? "Tutto bene. Dice di stare tranquillo fa tutto lei". Parliamone di questa storia. "Poi Francesco io penso anche all'associazione dei familiari. Sai non tutti hanno l'apertura mentale di Loris. Se queste cose in qualche modo minassero la mia immagine di familiare che combatte per ricevere giustizia e non lo vorrei perché si deve capire che le battaglie che perseguo sul fronte ingiustizia sono anche quelle che perseguo nel personale ... mio personale come la Moby Prince purtroppo ... e le due cose non sono da separare. Ciò che faccio nella vita di tutti i giorni, battaglia politica contro l'ingiustizia, é ciò che faccio anche per la Moby Prince, ed essere denunciato per una battaglia mina alla libertà di espressione e fornisce alla popolazione un'immagine pseudocriminale di chi lotta e delle battaglie stesse. Come in Val di Susa". E' chiaro. "Io sono un anarchico che si muove in contesto istituzionale. Per la questione Moby devo per obbligo perché la nostra storia dagli inizi a Livorno così si é mossa ... quindi so relazionarmi con le istituzioni". Mi è chiaro ma ti ripeto: dove. Dove vuoi arrivare. Io non capisco i movimenti di base come il tuo. Dove volete arrivare. Se siete in un'istituzione, come lo Stato di diritto, per cambiarla o si fa la guerra, e la perdereste, o si entra politicamente in esso e lo si cambia dall'interno. "No. Assolutamente no. La democrazia rappresentativa é fallimentare. Se vai lì diventi come loro. Nelle lotte e battaglie per la comunità il contesto istituzionale é come un bavaglio o un guinzaglio per poterti tenere sotto controllo nel migliore dei modi". Quindi preferisci starne fuori così? Cosa pensavi di trovare anche in Val di Susa? In uno Stato di Diritto il monopolio della forza é delle forze dell'ordine. "Quella é resistenza. C'è una valle che resiste ed io sono solidale con la loro resistenza". Capisco ma non condivido. Se sei in uno stato di diritto ti prendi buono e meno buono. Tra il meno buono c'è che decidono di te a distanza di migliaia di chilometri rappresentanti, spesso, di una maggioranza diversa da quella cui tu riponi fiducia. E' la democrazia. "La democrazia é anche altro. Potrebbe essere altro. Ci sono esperienze come prima della vittoria delle milizie franchiste e l'ascesa al potere di Franco". Le hanno abbattute Giacomo. Stalinisti da una parte e fascisti dall'altra. Belle. Bellissime. Ma la storia le ha abbattute. Ora siamo qui. In un paese nato dopo la resistenza. Quelle persone morte sui monti sono morte anche per darci la possibilità di vedere realizzate regole di convivenza tramite il voto anziché puntando un fucile alla testa di qualcuno. La democrazia é anche questo, dirti cosa devi fare senza doverti puntare un fucile alla testa, perché io e te accettiamo che se vinci te me lo dici te se vinco io te lo dico io. Cosa c'è di sbagliato in questo? "Ci sono altri sistemi. Altri modi. Io non credo alla poltrona. Se vai lì vai per la poltrona. Noi crediamo in un sistema internazionale federalista. Contesti federativi di collettività su base locale ed antiautoritari, comunità locali autogestite ed indipendenti da poteri coercitivi sia esterni che interni, forme di aggregazione che non si basano sulla contrapposizione tra individui e collettività attraverso armi, eserciti, false patrie e confini, ma che si basano sulla reciproca collaborazione d'intenti, con metodi di sintesi in assemblee popolari, senza nessuna logica di autorità dell'uomo sull'uomo". E come lo realizzi Giacomo? "Di sistemi ce ne sono tanti". In uno Stato di Diritto come lo realizzi? "Io non credo allo Stato di diritto. Quindi non di certo con l'elezione in un parlamento". Per cambiare, Giacomo, o ti costringo con le armi - e ti assicuro che perderesti per le forze in campo e perché i militari sono gente addestrata per farti fuori nel minor tempo e al minor costo possibile - oppure conviviamo in pace e ti ci porto con la democrazia. Non ci sono altre vie. Io l'ho creata un'organizzazione libertaria. Mediaxion é questo. Per esperienza ti dico: non funziona senza gerarchie. Senza gerarchie di responsabilità, senza elezioni, senza incarichi. Te lo dico per esperienza "lo so lo vedo ... ma è diverso ... hai creato un'esperienza diversa ... ma il punto é un altro. Noi crediamo comunque alla lotta di classe, alla negoziazione di ogni autorità imposta. Tutto questo con cui entrambi ce la prendiamo si verifica perché storicamente c'è una classe predominante e una classe oppressa. Poi si vedrà se questo cambierà con dittatura del proletariato o altro". Questo tu lo dici perché sei un materialista. Ma cosa significa? Chi sono i proletari? Io sono un proletario, lui (Andrea) é un proletario perché lavoriamo dalla mattina alla sera? Cos'è la dittatura del proletariato? Parole. La sostanza é altro. Succede anche questo. Succede anche questo nel 2011 a Livorno. Succede di parlare con Giacomo. Di volergli bene. Di pensare: capirai. E di sorridere dentro perché ti rivedi a telecamera invertita quando lo dicevano a te e non lo sopportavi. E va bene così. Va bene così. Perché chi diceva capirai non te lo diceva avendo provato la tua vita. Ma avendo provato la sua.

Torniamo a casa. Da Stefania. Volevo intervistarla per chiudere il quadro di Giacomo. Lui doveva andare a suonare. Resta. Prima doveva dieci minuti poi un'ora e quaranta. 

Lo guardo e penso di volergli bene. Da subito mi fece questa impressione. Giacomo é una brava persona. Uno di quelli che difenderesti a prescindere perché sai che se ha fatto una cazzata l'ha fatta in buona fede. Uno di quelli che si colpiscono perché se rendi conformi lui hai vinto. Gli altri lo sono già.

Però è giovane Giacomo. La testa intelligente. Di cultura. Molta cultura. Ma troppo ideologizzata. Troppe verità scritte ancora da verificare sul campo. La società é ingiusta. E' vero. Te ne accorgi presto. Lui se n'è dovuto accorgere a due anni, per il Moby Prince. Però la società ha generato anticorpi. Il virus e l'antivirus. Basta non cadere nel tranello. Non fare il gioco dell'ordine. Del muro contro muro. Del "vedrete". Stanno già vedendo. E i tuoi anni passano. Fagliela vedere. Ma davvero. Col lavoro. Con quello su cui nessuno ti potrà contestare. Con le proposte. Con la rappresentanza. Con i ruoli di responsabilità. Lì verificherai se gli uomini e le donne riescono a vivere senza potere. Per fiducia. Per riconoscenza. Per solidarietà.

"Quando era piccolo, dopo poco del Moby, appena vedeva uno vestito con la divisa della marina lo chiamava babbo oppure gli diceva quando torna babbo. A scuola fino a undici anni disegnava solo navi. Solo solo navi. Poi basta. Ha smesso tutto d'un colpo. La psicologa mi disse che aveva completamente accettato l'idea che suo padre non sarebbe più tornato". 

Giacomo guarda la tovaglia. Chissà quante volte Stefania ha parlato di lui. Di lui e dell'altro lui. Quello cui già a due anni voleva immensamente bene. Suo padre. Antonio Sini. Il docente militare. Quell'uomo grande che quando tornava a casa lo prendeva in braccio e gli metteva subito il berretto da militare in testa.

Li hai educati da te Stefania e mi sembra tu abbia sempre cercato di tenere viva la memoria del padre. "Sì anche la presenza. Ho sempre cercato. Li dicevo quando ero arrabbiata e non mi davano retta: se ci fosse stato tuo padre! Oggi me ne pento. Forse era una cosa forte da dirgli. Ma sai, quando sei sola, cerchi ogni appiglio. Poi era vero. Io li educavo cercando di pensare anche a cosa voleva Antonio. Lui era una persona libera, come Giacomo, però le regole sì e vanno rispettate. Ci teneva molto. Ero semmai più io a lasciar fare. Lui no". 

Giacomo ascolta. Ascolta ed ha lo sguardo lontano. Nel suo libro di poesie che mi ha regalato, edito da Albatross, si definisce un "viandante". Forse ora lo é. E' in viaggio. Cerca domande e risposte. Radici condivise e un po' di pace. Ecco. Giacomo é questo. Un giovane uomo inquieto in cerca di pace. La sua sensibilità gli ha già spiegato come la giustizia é l'unica strada per la pace. E la giustizia é un fatto poco materiale. Ma questo lo dico io. Mi ritorna quel pensiero. Gli voglio bene. Chi fa del male a questo giovane uomo lo fa a me.

Poi torna quella storia. Quella storia lì. Di cui ho già raccontato nel post di Pattada. Mancava la voce di Stefania. La voce testimone e protagonista. "Nel 1993 mi torna Francesca a casa in lacrime. Lei era molto affezionata al babbo. L'ha conosciuto. Aveva otto anni quando é morto. Arriva e mi dice piangendo Mamma Mamma c'è il nome di babbo sul giornale. Io vado a prenderlo. C'avevo già l'agitazione. E viene fuori questa storia. Lì per lì non sai che fare. Cosa fai? Tuo marito é una persona. La raccontano in modo completamente opposto. Poi ho capito che quel giornalista de La Nazione fa di queste cose. L'ha fatto anche con altri. Ma qualcuno c'ha creduto. Pochi mesi prima mi avevano chiamato i Chessa. Mi dicono come mai mio marito era in viaggio. Ci sarebbe da capire. Suo marito si è imbarcato all'ultimo. La veniamo a prendere per parlare. Io mi sono inalberata. Quando ho capito il messaggio mi sono arrabbiata e gli ho detto che non si permettessero. Quando poi qualcuno ha indagato e non è uscito niente ho tenuto a freno anche l'avvocato. Mi diceva di querelare. Ma io per evitare sofferenze a loro ho evitato. Poi nel 2006, quando hanno fatto la riapertura ho detto a lui: speriamo non ritirino fuori la storia di babbo. Era assurdo ma avevo un sentore. Poi Giacomo era a scuola. Sai. I ragazzi su internet. Quando è uscita l'istanza la gente andava da lui e chiedeva. L'hanno ritirata fuori. Lì mi sono ... ci sono rimasta veramente male. Perché ho pensato: allora ti potevo scusare perché eri giovane. Ma oggi. Siete adulti. E mi ritirate fuori ancora questa storia. Di nuovo la gente che legge su internet il nome di mio marito? Allora ci siamo andati. Siamo andati alla conferenza stampa mi pare il 2007. C'era anche Enzo, il Farnesi. Mi ha detto "vado avanti io". Lui sai, è di Livorno. Si vede gli ha detto c'è una signora che vi vuole conoscere e loro si sono approcciati a me pensando gli facessi i complimenti. Invece gli ho detto io sono la moglie di Antonio Sini e lui è mio figlio Giacomo. Sono sbiancati. Gli ho detto cosa pensavo. Che per difendere la memoria del padre non devono andare a gettare fango sulla memoria dei padri e mariti altrui. Loro si sono scusati dicendo che era un'idea di Palermo, dell'avvocato. Ma l'istanza la firmi te. Lo paghi te l'avvocato. Se non volevi che la scrivesse gliela facevi togliere. Invece siccome con le idee di Palermo ci stava benissimo questa storia di mio marito. Allora l'hanno messa lì. Senza pensare alle conseguenze".

Mi immagino poi in Sardegna. "In Sardegna è stato pesante. Sai. Tu la conosci la mentalità sarda. Questa storia li feriva. Pattada é un paese piccolo. Meno male tutti quelli che l'avevano conosciuto da vivo lo hanno difeso dopo. Sapevano che erano falsità. Ma comunque la storia è uscita da un pattadese. Un mezzo parente. Uno di marina che ha già fatto di questi numeri. Te pensa che quando me l'hanno detto ... io ho pensato ... ora va bene di un marito si può non sapere tutto e mio marito era un militare, un uomo riservato, ma dire che era il depositario del segreto di Ustica. Come ti viene in mente? Hanno addirittura guardato, che non lo potevano fare, dei documenti riservati sugli imbarchi nel periodo di Ustica per una nave a Genova. Quando mio marito c'era stato giorni prima per una questione di lavoro. Cioè capito? Questi hanno preso due o tre pezzi della sua vita: é un militare di marina, é un docente di elettronica, é sul Moby Prince e ci hanno creato una storia incredibile. Ma intanto l'hanno scritta, pubblicata sui giornali e persino su un'istanza da un giudice".

Parliamo d'altro. Finiamo. Giacomo dice la sua. La conosco. Poi Stefania mi guarda. "Francesco non vorrei essere stata troppo pesante con i Chessa oggi ...". No capisco. Lo sanno e se ti vedessero ora con i miei occhi sono certo capirebbero anche loro e al loro rincrescimento ci assoceremmo la parola scuse. "Perché sai, io li capisco. Hanno vissuto una cosa tremenda. Poi perdere anche la mamma. Il padre è il comandante. Una cosa immensa. Però devono pensare anche agli altri. Qui nessuno, avrai visto, ha mai speso parole contro il padre. Tutti abbiamo pensato subito che quest'uomo come il resto dell'equipaggio abbia fatto il possibile. Sarà sicuramente successo qualcosa e avranno sicuramente fatto il possibile. Poi comunque sia ha pagato con la vita. Cosa dovremmo mai dire ad un uomo che ha pagato un prezzo così alto? Però quando hanno fatto questo a me e a loro, ai miei figli ... perchè sai io sono adulta. La mia preoccupazione erano i bimbi. La bimba a dieci anni che si vede il nome del padre, che ha conosciuto, buttato così in prima pagina, senza ritegno. E poi Giacomo. Questa cosa dell'istanza lo ha preso molto. Quando é uscita. C'è rimasto molto male si è arrabbiato molto. E' voluto andare lui alla conferenza dei Chessa. Per parlare. Io gli dicevo di lasciar perdere ma poi alla fine siamo andati e ci ho parlato... capito ... non vorrei essere stata troppo dura... ma ci vuole un po' di sensibilità". Guarda Stefania uno degli scopi di questo documentario é quello di farvi incontrare. Far incontrare persone che per distanza, per migliaia di motivi, hanno fatto scelte che poi hanno nuociuto a tutti. Io non pretendo chissà che cosa. Voglio solo farvi trovare insieme. Poi succeda quel che succeda. Giacomo la guarda "io l'ho già detto a Francesco. Io ai Chessa non stringo alcuna mano". Stefania raccoglie "questo non va bene Giacomo. Se parti così non va bene". "Ognuno fa quello che sente. Io non mi sento di stringere la mano a loro dopo quello che hanno fatto". Hanno sbagliato. Lo sapevo che diceva così. Me l'aveva già detto. Ma finora tante parole di racconto non sono bastate. La ferita grande si rimargina in tanto tempo e con un po' di aiuto. La fiducia quando la perdi é difficile recuperarla. Ma proviamoci. Per me che ci provi, Giacomo, é già un bel segno. E' già un'opportunità.

Guardo Andrea. Noi ci siamo. Andremmo via. Giacomo dice "io andrei a suonare" e Stefania "se volete potete rimanere, si prendono le pizze". Un'altra volta volentieri. "Ma tu Giacomo vai ora a suonare?". Sì.

Dopo i saluti andiamo in macchina. Giacomo viene con noi. Perché dividersi ora? Allora arriviamo in un posto speciale. Un posto molto bello che conosco da quando ero ragazzo. Davanti al viale di antignano ci sono una serie di piccole calette. Sopra una di queste c'è un albero. L'ultimo albero prima del mare. Davanti alla rada. Davanti al punto esatto dove ventanni fa il Moby Prince centrò la petroliera Agip Abruzzo. Volevo queste coperture per far capire quanto vicino era il Moby Prince e quante persone di Livorno hanno visto, documentato, commentato e fino ad oggi taciuto. Mostrare l'evidenza per evidenziare il senso della responsabilità. Ancora oggi qualcuno potrebbe parlare. Ancora oggi. Ancora oggi qualcuno mi potrebbe dare qualcosa per rispondere positivamente a quella domanda fissa di Angelo quando ci sentiamo: "novità?".

Mi monta la rabbia. Mi sale. Pensare a tutte quelle case affacciate sul mare. A tutte quelle persone con telecamere, fotocamere, occhi, orecchie che hanno visto e tacciono. Che sanno. Che c'erano. Che c'erano e si sentono assolti perché hanno dimenticato un principio semplice: potevano allora e possono ora. Possono ancora. Come una speranza. Perché quella finestra del ricordo tenuta viva da Loris, da Giacomo, da Stefania, da Angelo e da tutti i familiari delle vittime del Moby Prince é ancora lì che attende di essere chiusa. Aspetta qualcuno. Aspetta qualcosa. Aspetta vera solidarietà. Non la pacca sulla spalla. Non l'applauso. Non questo. Altro. Quell'altro semplice. Quell'altro di coraggio ed empatia. Di solidarietà. La verità da chi la conosce.

Giacomo si posiziona. Anche questo per lui é un posto speciale. Ci teneva a farmelo vedere e siamo al tramonto. Suona il suo strumento. Mi ha detto il nome, non lo ricordo. E' una specie di Hang ma più morbido e piccolo. Sta in uno zaino. Lui si mette lì e inizia a suonare. Il sole cala. Sfila un traghetto all'orizzonte e passa dietro una petroliera. Ora non c'è più pericolo le rotte di stazionamento sono diverse dalle rotte di uscita ed entrata dal Porto di Livorno. Dal maggio 1991. Ci sono voluti 140 morti. Per qualcuno. Per gente come Loris "servivano 140 morti per recepire una direttiva applicata in porti più piccoli e con meno traffico? Serviva questo dolore?". Impariamo dal dolore davvero? Oppure impariamo solo a mascherare meglio la verità? Ieri le navi passavano e stazionavano molto vicine, oggi più lontane. Ma era solo questo il problema? E' solo davvero questo il problema? Perché nessuno ha soccorso il Moby Prince? Questo non c'entra niente con rotte di stazionamento e rotte di uscita. Questa domanda ha un'altra verità.

Calato il sole riaccompagniamo Giacomo a casa. Ci sentiamo per domani. Per sapere di domani. "Ok". A presto. Si incammina. Torna a casa. Parleranno. Stefania chiederà, lui risponderà. Una madre e un figlio. Come dalla notte dei tempi, dalla scoperta del verbo.

 

Madre e figlio