"Loris avrei bisogno di ricaricare l'mp3". Deh ma proprio qui va fatto? Si rischia cada in mare. "Sì ne ho bisogno. Devo sentire almeno una canzone mentre parto". Ok.
Loris tira fuori il portatile, mi guarda e sorride. E' un babbo. Il suo figlio di questo momento si chiama Giacomo Sini ed é figlio di Antonio e Stefania. Antonio é morto nel Moby Prince quando Giacomo aveva due anni. E' morto perché era una persona per bene e così lo ricordano quanti ho conosciuto e lo conoscevano. Tornava a Pattada, nel suo paese di origine, perché il padre stava male. Lui aveva deciso il giorno prima. Una delle sue sorelle gliel'aveva detto "babbo é peggiorato". Lui ha preso ed è partito all'ultimo momento. Babbo era anziano ed era vedovo dal 1960. Aveva cresciuto sette figli aiutato da una zia della moglie. Sette figli. Quando gli hanno detto del Moby Prince gliel'hanno detto alla sarda "è successo un incidente, forse qualcuno si è salvato". Glil'hanno detto così per preservare il dolore, perché il dolore in Sardegna entra come una lama e ferisce a morte. Mario, il figlio più grande, mi guarda e mi dice "babbo ha detto sono morti tutti e mentre lo diceva gli è scesa una lacrima qui". Poi ha girato lo sguardo. Il dolore era già mortale. Dopo poco l'avrebbe preso e portato via.
Da vedovo e pastore aveva cresciuto sette figli. Tra questi alcune donne. Tra queste Francesca. Conosco Francesca prima per nome mentre Giacomo prepara lo zaino per andare in Sardegna. Poi la conosco dal vivo a Pattada, in Sardegna. E' una donna distinta. Una donna sarda distinta. Lei non vuole riprese. Ma vuole incontrarci e capire. Parla con calma. Scandisce bene le parole. Tutte le parole. Ha lo sguardo di chi quel dolore l'ha sentito e l'ha tenuto lì. "Tonino era una persona per bene. Era una brava persona e lo dicono tutti quelli che lo hanno conosciuto e lo ricordano. Lui come noi aveva studiato. Nostro padre ci ha fatto studiare tutti anche dopo la morte di mamma. Tutti tranne Mario. Perchè Mario voleva stare in campagna. Mario e babbo hanno lavorato in campagna per farci studiare". Loris accompagna. Io rispondo. Francesca vuole parlare del Moby Prince e di questo documentario. Vuole capire. C'è qualcosa da capire. Perché di cose su Tonino, su Antonio Sini, ne hanno dette tante. Ne hanno dette e ridette. E in paese se ne è parlato. E in queste case se ne è parlato con dolore. Perché Tonino era una persona per bene e qualcuno ha parlato male. Prima nel 1993. Per invidia, per mitomania, questo docente dell'Accademia navale, questo sardo emigrato per continuare il suo percorso di studio, quel percorso per cui babbo e Mario erano rimasti in campagna, era diventato una specie di James Bond. Sapeva di Ustica, di guerre elettroniche e bisognava "indagare su di lui". Immagino queste persone: Stefania, Francesca, Mario. Immagino loro quando tutto questo venne fuori. Stefania me lo racconta col suo modo straordinario di condividere questo ricordo. Un fiume in piena "mio marito era una persona per bene, al suo funerale vennere tutti i suoi allievi e per l'ambiente dell'Accademia Navale é strano avere questa ammirazione, un rapporto così con un docente. Quando arrivano queste notizie io sono rimasta ... io ho reagito. Alla fine non ho querelato solo l'Unità perché ero stanca. Avevo vinto su tutti ma quella è rimasta. Perché poi anche dal processo hanno chiarito tutto. E tu cosa fai me lo ammazzi due volte? A loro ai miei figli. Poi immaginati anche in Sardegna. Sentire infangato il nome di un fratello".
Antonio Sini era una persona per bene ed io sono felice di aver conosciuto chi è rimasto a raccontarmelo. Sono grato delle emozioni. Di aver partecipato al momento in cui Francesca guarda Giacomo, da zia distante per idee politiche, per carattere ma identica per postura, camminata, e dice "Tonino era una persona per bene e Giacomo lo deve sapere e dovrebbe continuare a riferirsi a suo padre. Anche perché suo padre c'è. Suo padre lo protegge anche se lui può non crederci ma io ci credo. Perché anche Tonino aveva una fede vera. Credeva e Giacomo ci dovrebbe credere". In Sardegna i nipoti dovrebbero credere. Si dovrebbero fare tante cose. Si conserva. E adesso vicino ad una donna distinta c'è un giovane uomo anarchico. Lo guarda. Lo accarezza con lo sguardo e io penso ci stia dicendo "é una persona per bene come mio fratello e io ne sono orgogliosa".
Zio Mario abita alcune salite più in là. Dovremmo andare via. Dovremmo andare ad Arzachena ma l'ora è tarda e il destino mi tiene lì. "Giacomo senti. Resteremmo qui. Andiamo in albergo. Mi farebbe piacere conoscere tuo zio Mario anche se non possiamo fare riprese". Giacomo è felice. Da quando mi ha parlato di questo viaggio ha cercato di anticiparmi tutto e tutti. Un copione. Lui deve fare tante cose quando va in Sardegna. Deve preparare lo zaino con la musica dei Kenzenecche in sottofondo. Deve stare sul ponte alla partenza ascoltando della musica. Deve andare a salutare gli zii. Deve andare al boschetto. Deve tornare alla sua terra. La sua sardità la vedo qui. Da queste cose. Un sardo deve e Giacomo l'anarchico conserva tutto questo.
Posiamo i bagagli all'Hotel Liberty. "Poi andiamo da mio Zio Mario" dice Giacomo. "Allora vi lascio le chiavi perché farete tardi" risponde ridendo il proprietario dell'albergo. Si conoscono. Sono amici. Il giorno dopo la moglie mi dirà "Tonino era una persona per bene. Un amico. Mia mamma era una delle sette che in paese partorì in età avanzata. Si conoscevano bene. Era una brava persona". Salutiamo e prendiamo la macchina. Siamo in cinque. La macchina è strapiena e tutti tranne me, alla guida, tengono uno zaino in collo. Loris il suo. Grande. Meno male abbiamo lasciato gli zaini in albergo. Andremo da Zio Mario più leggeri.
Io Loris e Andrea siamo inattesi. Giacomo e Ibra, il suo amico, no. Porto il registratore e Andrea la camera. Entriamo. Ci troviamo davanti ad una tavolata molto grande con dodici piatti. Ci troviamo davanti ad una famiglia numerosa e un signore coi capelli bianchi ed un sorriso aperto. Mi sento a casa. Vedo Giacomo. Lui è a casa. Lo Zio Mario ci fa sedere. Mario ci fa sedere. "Giacomo tu qui sei di casa. Sposta quella sedia. Fai sedere i tuoi amici". Entrano le donne. La moglie di Mario ha le stampelle. "Alluce valgo. Sono da un mese così". Lo so l'ha fatto anche mio padre. "Ah ecco". E' doloroso. "Eh sì. Davvero. Non pensavo". Tanto signora ci sono le figlie. In pochi secondi persone attese e persone inattese hanno davanti un bicchiere di vino o di qualcos'altro. "Quello che volete".
Giacomo mi guarda più volte. Starò capendo? Lui è sicuro di sì ma devo capire bene. Devo capire. Perché altri no. Altri non hanno capito. Ma io sono sardo. Parlo il sardo. E capisco. Capisco cosa dice Mario in sardo e mi piace molto quel che dice a Giacomo e agli altri componenti della famiglia. Ad un certo punto chiedono del documentario. Io spiego. Uso le parole pronunciate da Loris a Francesca. E' diventato il miglior raccontatore e difensore di questo progetto. Mi aveva commosso perché quando ti riconoscono questo libera il dolore di tanti fraintendimenti. Il dolore dell'incomprensione, la fatica di essere se stessi in mezzo agli altri. "Questo progetto ... noi siamo felici perché Francesco si è relazionato con tutti noi con molto rispetto. Diversamente da altri a lui non interessano gli scoop. A lui interessiamo noi. E glielo dico signora se avesse potuto riprendere quello che lei ha detto prima a Giacomo ... é stato bellissimo". Avevamo tutti le lacrime agli occhi. "Bene" ha detto Francesca. Perché altri hanno parlato di Tonino e non dovevano. Voi invece "dovete andare avanti". Rivolto a noi. Rivolto a Giacomo. E' un grazie. Sardo. Quei grazie detti tra le righe.
Guardo Giacomo. I dodici a tavola devono mangiare. Sono arrivati anche Gianmario Pietro ed altri. I convitati ci sono tutti. Guardo Giacomo "noi andiamo..." Sabina, la moglie di Mario, vede la nostra conversazione e sorride. Avanzo "noi andremmo". Sabina sorride e Mario "cosa? voi rimanete qui".
Una tavola da dodici diventa da quindici. C'è anche Mario. Il piccolo Mario. E' nipote di Mario e Sabina. E' un protagonista. Duetta con Loris. Al centro della stanza. "Voi restate qui. Abbiamo preparato per tutti. Già ci stiamo". Giacomo è felice. E' a casa. A casa arrivano in cinque, dovevano essere in due, alla fine restano in cinque. Mangiamo tutti insieme.
A Pattada. In Sardegna. C'è una tavolata grande e si scherza. Ci si prende in giro. In sardo e in italiano. "Vabbè Giacomì non me lo dire in gallurese però!". Ridono tutti. Gianmario ha ripreso per scherzo Giacomo. Lui prova a parlare in sardo. L'ha studiato nei libri. Ha imparato la grammatica. Ma pratica poco. Perché vive lontano e nessuno a casa parla il sardo. Allora ogni tanto sbaglia. E qui gli sbagli fanno ridere. Abbiada. Meno male. Grazie a Dio.
"Scusi. Vi vorrei chiedere un piacere. Questa tavolata é troppo bella. Possiamo riprendervi?". Mario mi guarda "certo! fai fai". Qualcuno si dilegua. Altri si rimettono in ordine. Si ride e sorride. Tre ore fa non dovevamo esserci e ora stiamo riprendendo in casa di Zio Mario. Abbiamo passato il filtro. Bisognava capire prima. Se questi erano diversi. Se avrebbero parlato bene. Se erano gente per bene. Perché Tonino era così e Giacomo é suo figlio e va protetto. Magari può fidarsi perché è giovane ma la gente é cattiva. La gente sa essere cattiva. Sa fare male. Sa mentire.
Giacomo invece ha fatto bene. Siamo gente per bene. "Faeddas puru su saldu" (parli pure il sardo). Sì i miei sono di Bonorva. "Berritti Curzos ..." ride "lo sai?". Sì. L'indomani parleremo di poesia estemporanea. L'arte divorata da questa globalizzazione dove i giovani sardi emigrano, fisicamente o virtualmente, e pochi, solo troppo pochi, preservano. In Sardegna gareggiavano poeti estemporanei su temi. Erano in grado di improvvisare in rima citando episodi biblici, storia passata, mitologia, storia contemporanea e persino complessi calcoli numerici. Oggi i giovani poeti sardi vanno a XFactor o Amici. Mio nonno a novantaquattro anni declama ancora quelle poesie e ne compone. Faccio sentire a Giacomo quella della Laurea. La tengo registrata nel cellulare. "Franziscu como chi asa una laurea in manu dae su coro ti chelzo augurare / chi deus ti lasse sempre sanu tenzas tue salude po ne dare / siese s'ammiro de ogni umano y ti podes in un 'onu postu sistemare / tu mas pieno de gioia e de recreu / ti stimo ca tue ses palte de su sambene meu" (Francesco ora che hai una laurea in mano dal cuore ti voglio augurare / che Dio ti lasci sempre sano e tu tenga salute per darne ad altri / che tu sia l'ammiro di ogni umano e tu ti possa in un bel posto sistemare / tu mi hai riempito di gioia e diletto / ti stimo perché tu sei parte del mio sangue)
Zio Mario é un pastore. Tre figli maschi pastori. Due figlie femmine universitarie. Le figlie femmine portano i piatti e sparecchiano. Sembra una danza. "Sono loro a non aver voluto studiare. Gianmario quando ha visto il trattore ... ha detto ... babbo voglio andare a campagna. Io volevo studiassero ma cosa ci fai? E allora venite a campagna". Mario era rimasto in campagna col babbo per far studiare gli altri. "E' bella questa cosa che state facendo. Dovete andare avanti Giacomì. Capito?". Giacomo annuisce, Loris ne é contento. Per l'ennesima volta lui c'è e le cose vanno in una direzione inattesa e migliore. Io sono contento. Per l'ennesima volta ci sono e le cose vanno in una direzione migliore.
Allora Mario, lo Zio Mario, vuole farmi capire Tonino. Vuole raccontarmi anche lui. Usa le parole di Francesca. In altra forma. Il giorno dopo mi ridirà camminando nel centro del paese "Tonino aveva fede. Ma fede vera mi. Non bigotto" poi chiarisce in sardo "Fede vera non su macchìne". Poi gli volevano bene tutti.
Ripenso alle parole di Mauro del giorno prima "mi sono reso conto che non sono solo morti mio padre e mia madre. Sono morti anche il fratello per i miei zii e le mie zie, la sorella per le altre zie, l'amico e l'amica per chi conosceva i miei genitori, i suoceri per mia moglie che non li ha mai conosciuti, i nonni per mio figlio".
La rabbia di Giacomo di cui sono ospite é la mia. Avrei voluto conoscerlo questo Antonio Sini perché doveva essere davvero una brava persona. Magari si sarebbe iscritto all'associazione dei miei genitori per la sua propensione verso la cultura sarda. Magari se si fosse salvato sarebbe stato tra i protagonisti di questo documentario. Ma coi se non si fa la storia. Coi se e coi ma. La storia é questa e dobbiamo smetterla di pensare ad altro. I vivi ricordano. I vivi lo ricordano "che poi per com'era io ero sicura si fosse messo al servizio degli altri". Me l'aveva detto anche Stefania "mio marito l'hanno trovato con un gruppo. Andavano verso il garage. Lui era addestrato. Di sicuro si è qualificato e messo a disposizione. Li stava portando in salvo. Non ha pensato a sè e basta. Ha pensato agli altri. Era così".
Giacomo ascolta. Ascolta tutto. E' una cosa veramente enorme. La sua forza. Vivere senza un padre. Lontani dalla famiglia del padre. Immersi in una vicenda come il Moby Prince. Sapendo che quell'uomo si poteva salvare. Che era tra i tre, quattro. Avevano l'addestramento per salvarsi. E invece li hanno trovati insieme agli altri. Poi sopportare il 1993 e la diffamazione. Poi risopportarla e combattere quando ci fu la riapertura voluta da Angelo e Luchino Chessa. L'avvocato Palermo aveva riscritto anche quello. Aveva scritto "accurate indagini parrebbe si impongano anche sulla persona di Antonio Sini, deceduto sul Moby Prince, in ordine al ruolo svolto nella sua attività lavorativa, sulle ragioni del suo viaggio, sui suoi rapporti di lavoro e personali, sui suoi contatti anteriori al viaggio, sulle modalità della sua prenotazione; sulla verifica se si trovasse o meno in servizio, con specifica acquisizione di ogni documentazione lavorativa, personale e operativa".
Incoscienti. Penso questo. Mi torna a mente la telefonata con Angelo "senti Francesco su quella storia di Sini che mi hai scritto volevo dirti che noi ci siamo poi sentiti con la famiglia. Fu un'idea di Palermo e l'ha scritta lui. A me spiace ma fu un'idea sua peraltro assolutamente marginale". Loris lo spiegava a Mauro il giorno prima. "Sono queste le cose che ci dividono. Perché se tu dopo quasi ventanni ritiri fuori questa storia che già la magistratura aveva affossato allora io come posso accettarlo? Nei confronti loro, di Giacomo, Stefania, Francesca". Loris é stata un'iniziativa di Palermo. E' vero, hai ragione. Alla fine l'avvocato è l'avvocato di qualcuno e quel qualcuno ci poteva pensare prima di autorizzare certe mosse. E' vero hai ragione. Ma sono certo gli dispiaccia. Se Angelo fosse qui e avesse conosciuto Francesca, Mario se avesse conosciuto bene Stefania, Giacomo, Francesca (la sorella di Giacomo), se avesse conosciuto meglio tutti sono certo avrebbe scelto una strada diversa. Purtroppo la testa asseconda se stessa. Insegue piste d'informazione. Cade nell'inganno del "potrebbe essere". E invece qui no. Qui non potrebbe essere. Non doveva poter essere. Perché questa cosa ha fatto molto male. Ed un male non per bene. Un male per male. E per questo male bisogna scusarsi e chiedere sinceramente perdono. Il mio augurio di quando si incontreranno. Che chi deve scusarsi lo faccia. Che chi deve andare oltre ci vada. Che camminino insieme in una direzione finalmente di tutti.
Il giorno dopo facciamo coperture con Andrea. Loris prende il giornale. C'è un grosso pezzo su questo viaggio a firma del giornalista conosciuto ad Arzachena. Aveva chiamato Mauro. Voleva incontrare Loris e Giacomo. Poi anche me. Mauro ha preferito restarne fuori. Perché ha un ruolo politico. Per lui questa vicenda deve restare un'isola. C'è la sua vita e c'è quest'isola. Sceglie quando prendere il traghetto e quando restare dove é riuscito a vivere. Il giorno prima gli avevo chiesto di poter andare alla sede del PD di Arzachena. Gliel'avevo chiesto perché lì un tempo c'era la foto di suo padre e accanto quella di Berlinguer. Oggi accanto a lui in quella sede c'è Loris. Quando il padre di Mauro era segretario del PCI di Arzachena Loris era segretario giovanile di una sezione del PCI di Livorno. Un altro filo. Un altro modo di incontrarsi. Ma Mauro non vorrebbe mischiare la sua vita politica con il Moby Prince. Non vorrebbe qualcuno pensasse quello. Pensasse a quella parola "strumentalizzare". E qui inizia il percorso. La politica fuori da tutto questo é sterilità. E' testa. E' solo testa. E tante teste senza cuore sono tanti computer divisi. Per me la passione politica di Mauro viene anche da lì. Viene dal bisogno di giustizia per un mondo dove gli è capitato il Moby Prince. Ma ogni cosa deve avere il suo tempo. Parlo con Loris di questo. "Loris qual è la cosa che ti ha più ferito in questi anni?" Ero convinto di sentirmi dire che gli hanno detto che ha strumentalizzato questa vicenda per fini di ascesa politica. E invece eccola la forza di quest'uomo. La grandezza di questo cuore "la cosa che più mi ferisce e l'idea di non aver fatto abbastanza. Sento la responsabilità di non aver fatto abbastanza. Non nel senso che potevo fare di più. Nel senso che si poteva fare di più. Perché nel processo abbiamo perso. Tra di noi ci sono state divisioni forti. A livello culturale per tanti ancora era colpa della partita. Questa è la cosa che ancora mi ferisce di più". Cavolo Loris ma quando ti hanno detto della politica? Quando ti hanno detto "comunista di merda tu lo fai solo per fare carriera"? "Quello mi ha fatto male ma sapevo da dove veniva. Davvero é una critica così stupida ... se guardi io non ho fatto nessuna carriera. Sono qui. Mi pare la risposta migliore. Anche se in una cosa aveva ragione. Sono comunista. Per me da questa vicenda é importante uscire insieme. Dovremmo uscire insieme ad altri. A Viareggio. A L'Aquila. Per cambiare veramente le cose. Perché non ci siano altre Moby Prince, altre Viareggio, altre L'Aquila". Allora penso. Io mi fido di quest'uomo. Mi fiderei di essere rappresentato da quest'uomo. Come da Daniela di Viareggio. Come da Giacomo. Mi fido e non riesco a vederne una colpa. Non riesco a leggere la loro azione come un problema perché altrimenti "si strumentalizza il dolore". Che il dolore risvegli la legge della giustizia. Il dolore risveglia la legge della giustizia. E allora seguiamoli quelli che dal dolore chiedono giustizia. Senza averne paura.
Mauro aveva iniziato a parlare del 10 aprile. Giorni di shock dopo. Per lui e Antonella. Quella marea di emozione tutta insieme. Non erano riusciti a metabolizzarla. A raccontarla. Troppa emozione. Troppa tutta insieme. Poi erano riusciti a tornare alla loro vita. Ci siamo visti poco. Impegni di lavoro e familiari. Troppa quella emozione. Troppo fuori dal binario dove alla fine si é trovata una serenità. Federico sorride. Sono felice di rivederlo. Come sono felice di rivedere Mauro e Antonella. Siamo diventati amici. Le opinioni possono dividere ma l'affetto unisce. Mauro é venuto a prendere Loris e Giacomo a Golfo Aranci. Perché in sei in macchina era difficile. "Secondo me Loris quello che divide le due associazioni é un punto di vista. Voi siete più legati alle cause del dopo: le carenze della nave, i soccorsi non tempestivi ... mentre Angelo e Luchino sono più concentrati sulle cause del prima, della collisione". Loris ascolta, tira su col naso e poi lascia andare l'aria con un po' di parole "aspetta Mauro. Non è questo che ci divide. Perché a me va pure bene se vuoi capire le cause del perché il traghetto é andato contro la petroliera. Ma poi non mi puoi far di tutto per evitare che i responsabili del resto: l'armatore su tutti, non siano mai colpevolizzati. Lo dicono le sentenze, quella di appello di Firenze che i colpevoli sono Onorato per le carenze del Moby Prince, Superina per la posizione dell'Agip Abruzzo e Albanese per non aver coordinato i soccorsi. Però è tutto prescritto. Ma se ci fossimo presentati uniti su queste cose al processo non sarebbe prescritto. Il problema è che per anni loro hanno fatto tutto quello che salvava l'armatore. Persino quando la Navarma ha mandato D'Orsi e Ciro Di Lauro a manomettere la timoneria per mettere da manuale ad automatico. Persino lì. Ma se la Navarma manda due a mettere il timone su automatico secondo te a chi la vuole dare la colpa? La dà al tu' babbo. Allora perché in quel processo c'eravamo noi e loro no? Perché era contro l'armatore. Allora ora dopo ventanni non mi puoi venire a dire "è anche colpa dell'armatore" quando per ventanni lo hai protetto. Guarda Minoli, guarda il libro di Fedrighini. Io non me li scordo mica. Delle carenze della nave non parla mai nessuno. E invece viaggiava con l'impianto antincendio spento, col portellone aperto, senza il nostromo, senza due radar su tre, con la radio con cali di segnale, con problemi al timone che sbandava e soprattutto per il tipo di traghetto non poteva nemmeno viaggiare su quella rotta, doveva stare sotto costa". Mauro ascolta. Ma dissente. E' vero. Ha ragione. Ma trentanni fa i muratori lavoravano in infradito e senza caschetto. Le navi sono così. Si sa. L'Italia é così si sa. E' una posizione politica questa. E questa posizione li divide. Ma l'abbraccio tra di loro li unisce. Sono nella stessa stanza. Fino a qualche mese fa Loris era l'eroe che portava avanti la battaglia per la verità. Oggi é ancora l'eroe. Conserva la memoria. Ma la verità forse la cercano anche gli altri. Forse anche gli eroi possono sbagliare per eccesso di eroismo.
Prima di partire Mauro mi vuole dire tutto questo. Faccio i salti mortali e riesco ad essere ad Arzachena alle 18:00. Chiamo. Lui può dopo le 19. Ok. Loris Giacomo e Ibra fanno i turisti ad Arzachena. Io e Andrea aspettiamo un'ora su una roccia di granito sopra casa di Mauro. Da lì si domina tutta la valle. Uno spettacolo intenso di quel territorio. Dopo cinque minuti arriva Antonella con Federico. Entriamo e chiacchieriamo. Dopo qualche minuto e scherzo con Federico entra Mauro. Vuole vedere un po' di materiale e raccontarmi il suo punto di vista. Vediamo il materiale. Il salvato dal primo viaggio. Da prima dell'assetto attuale del progetto. E guardo l'orologio. Sono le 19:38. La nave parte alle 21. Mauro si siede davanti a me mentre spengo il computer. Vuole raccontarmi il suo punto di vista. "E' stata un'esperienza forte. Molto forte. Mi sono reso conto di tre cose: quella che ti dicevo che non sono morti solo il babbo e la mamma di Mauro e Andrea ma anche gli amici, il fratello, la sorella, il padrino, la madrina di altre persone. Poi che la divisione tra le due associazioni che prima non capivo assolutamente ora la capisco e penso sia immutabile. Non ce la puoi fare a farli incontrare. Perché sono troppo diversi. Come dici tu Loris è troppo cuore e Angelo è troppa testa. Forse è quello il problema. Mi sembra oramai sia diventato per tanti un'ossessione questa vicenda e qui arriva il terzo punto. Io ne sono uscito. Nel senso che faccio questo documentario per il ricordo dei miei genitori e mi vorrei impegnare sulla vicenda. Ci rivedremo con altri familiari, incontrerò Ivanna e ci parlo quando viene in Sardegna. Ma io mi sento diverso. Ivanna mi ha detto "sei alla fase uno". No io non voglio essere alla fase uno. Io voglio non rimanere al Moby Prince. Ho una famiglia e mi pare che altri siano rimasti troppo a ventanni fa". Sapevo me lo voleva dire. Me l'aveva accennato al telefono. L'avevo capito quando la prima cosa che abbiamo fatto ad Arzachena è stato andare in casa. Loris aveva piacere di conoscere la zia di Mauro. La signora che ci aveva chiesto di ringraziarlo per lei. Aveva preso un traghetto. Era lì. Poteva ringraziarlo di persona. Invece non si sono incontrati. Non questa volta. Per Mauro il Moby Prince è un'isola. Decide lui quando e come andarci.
Antonella e Mauro mi dicono "ma facciamoli venire" riferendosi a Giacomo, Loris e Ibra. Per salutarli. Dico "siamo in ritardo venite voi in piazza a salutarli così poi partiamo diretti". Mauro e Antonella si guardano. "Ok. Andiamo. Però poi dobbiamo andare a prendere Federico". La vita é quella, Loris e Giacomo sono appena entrati e bisogna andare con cautela. Mauro non é rimasto nel vortice e avendone fatto esperienza vuole controllare la situazione. Quel black out di tre giorni dopo il ritorno ad Arzachena, dal 10 aprile, sono qualcosa su cui riflettere. Sono qualcosa di troppo forte. Bisogna stare attenti. Altrimenti si rischia di rimanerci. Come altri hanno fatto.
In piazza ci salutiamo. Per la liberatoria vale la parola. Quando vedranno il documentario in anteprima vogliono poter dire "questo no" perché magari ci sono delle imprecisioni. Questo valeva anche prima. Varrebbe anche con una liberatoria firmata. Ma il controllo é ancora importante. E io devo dare tempo al tempo. Ok. Ci siamo stretti la mano. Mi fido. Antonella mi ha detto di stare tranquillo. Mauro pure. La parola qui ha un peso.
Partiamo a tutta velocità. Faccio Arzachena Golfo Aranci in quaranta minuti. Saliamo dopo l'ultimo camion a cinque secondi dalla chiusura del portellone. Ultimi. Mai successo. Gli ultimi saranno i primi diceva qualcuno. L'indomani sarà così.
C'è un'immagine scolpita nella mia memoria. Giacomo é sul ponte a poppa appoggiato alla paratia. Guarda la scia della nave e la sua terra allontanarsi. Si mette il lettore mp3 per chiudere il rito del suo viaggio. E' scarico. Io e Loris siamo in mezzo alla H dove dovrebbe atterrare un elicottero di emergenza in caso di necessità. Parliamo di questo viaggio. Di Mauro, di Mario, di Giacomo e Francesca. Con Mario abbiamo parlato del MPS e della loro condizione di pastori. La lotta. Le botte a Civitavecchia. I due oligopolisti cui si deve un prezzo del latte insostenibile (0,60 cent al litro). Avevo accennato a Loris la volontà di fare della distribuzione di Ventanni un'occasione di incontro tra spettatori e protagonisti. E ci si incontra se si parla di qualcosa di comune. Allora fare una proiezione a Pattada poteva significare parlare anche del MPS. Perchè alcuni sardi probabilmente potranno immedesimarsi nelle immagini e nelle parole di Mario e quindi aver piacere di parlare del fatto che in un documentario ha parlato anche un pastore e che questo pastore ha fatto il pastore anche perché Tonino studiasse e che se Tonino é morto nel Moby Prince é anche perché il mondo é ingiusto e questa ingiustizia non é solo una nave di una compagnia scalcagnata con cui Tonino non voleva mai viaggiare, non é solo un porto dove la capitaneria crea la differenziazione tra rotte di entrata e rotte di stazionamento un mese dopo il 10 aprile 1991, non é solo i soccorsi in ritardo e non coordinati, non é solo la storia del Moby Prince. E' anche la storia della lotta contemporanea dei pastori sardi. E' anche la storia di Mauro e Antonella in nave ventanni dopo per ringraziare Loris e conoscere Angelo e dirgli che anche se a tredici anni la colpa era di suo padre oggi lo sa e non vuole pensino lui lo pensi ancora. E' anche la storia del coraggio di Giacomo. E' anche il suo imparare nei libri illuminati di sera da una lampada la lingua di suo padre e tenere un legame con le persone e i luoghi dove é diventato ed é ricordato persona per bene. E' anche Loris. A cinquantacinque anni. Non laureato in psicologia per pochi esami perché c'era da lavorare. Sulla rotta del Moby Prince con quattro giovani. Perché a Giacomo potrebbe servire di caricare un lettore mp3 sul ponte di un traghetto e bisogna qualcuno ci sia con un portatile disposto a darglielo lì a un metro dal mare. Perché é bello fare una sorpresa a Mauro e magari incontrare la sua zia. Perché é importante gettare le rose in mare nel punto esatto dove ventanni prima é morta Liana, in rappresentanza di tutti i familiari rimasti a casa. Perché é importante rispondere a dei giornalisti e raccontare il Moby Prince. Perché é importante aiutare Giacomo a ricevere un abbraccio da sua zia. Perché é importante questo documentario. Perché Francesco se lo merita. Perché bisogna. Perché lo si è giurato. O forse semplicemente perché é giusto così. E lo si fa e basta. Da fratelli. Più o meno ascoltati.
non ci sono parole, mi hai
non ci sono parole, mi hai fatto piangere ancora... echecazzo....