Viareggio

20:16 del 30 giugno 2011. In treno. Verso casa.

Alla volte scrivere é l'unica via di comunicazione con le persone. Perché parlare con le persone, confrontarsi verbalmente, può dare un senso di inquietudine. Incomprensione ed empatia. Se si fidano. Se le hanno provate. Se così allora.

Alcuni ci mettono ventanni per raccontarsi la verità. Altri possono passare la vita soffocandone il bisogno. Vedo Loris. Ieri su quel palchetto, con le gocce di sudore. Gli occhialetti per leggere quel discorso. Gli applausi. Quanti hanno capito, quanti hanno inteso perché l'hanno sentito. Usiamo lo stesso verbo: sentire dal senso e sentire dall'ascolto. Hai sentito o hai semplicemente ascoltato. Loris molti l'hanno sentito. Mi scrive di un messaggio ricevuto su facebook "un grazie sentito e caloroso a tutti i comitati intervenuti ......ed in particolare a loris che alla stazione ha detto quello che nessuno mai ha avuto il coraggio di dire....mi riferisco alle nostre istituzioni locali .....con la forza del cuore e della ragione.....". Questa persona lo ha sentito. Perché ha provato quel dolore e ha colto quel bisogno di giustizia. Quello. Quello lì. Quello più puro di tutti. Non quello di chi ha perso un televisore e protesta per l'eccessiva attenzione verso chi ha perso delle persone. Non quello di un operaio che in cassa integrazione protesta con il Sindaco della città per avere i suoi diritti e poi fa il secondo e terzo lavoro al nero. Non quello di un politico che si straccia le vesti in televisione per difendere la libertà dei cittadini quando a lui o lei interessa esclusivamente di averne per sè e il massimo possibile. Chi ha provato quel dolore, quel dolore rivelativo, lo sente. Sente. Si riconosce. Tutti gli altri forse sono massa orientabile. Dipendenti morali da sistemare con poco: uno stipendio dignitoso, qualche musicista in grado di emozionarli, una casa, alle volte un animale da compagnia, una compagna o un compagno di vita e qualcosa per cui sentirsi giusti e corretti.

Stamani riunione. "Siamo stati ieri a Viareggio. Stavo pensando di andare domenica in Val di Susa. Porterei l'attrezzatura e un operatore. Anche solo per fare Giacomo laggiù coi suoi compagni. Poi l'operatore può tornare con l'attrezzatura e io posso rimanere con una camera piccola". Ok. A pranzo Francesca mi dice "vedi io penso siano importante le piccole cose. Stamani abbiamo detto che ieri eravamo a Viareggio. Nessuno ha chiesto niente".

Daniela é salita sul palco senza preparazione. Era colpita. Era ferita anche da quello che è successo in passeggiata. Ero lì. Lì davanti. Era straziata. Per qualcuno dietro é "quella tipa lì coi capelli biondi" in segno di isterico scherno. Per qualcuno é la donna protagonista. Quella che strumentalizza. Quella appariscente. Che vuole chissà perché farsi strada. Magari far carriera politica. E Daniela sale su quel palchetto con la foto di Emanuela davanti. Sale e parla. Dopo Loris. E' arrabbiata. Ringrazia. Spiega la solidarietà di andare a Torino per il processo Thyssenkrupp a supporto delle madri delle vittime. Spiega l'essere stati a Roma contro il processo breve. Spiega la solidarietà. Qualcuno sente. Qualcuno capisce. Non tutti. Poi dice una frase rivolta a Moretti e al resto di quanti vorrebbero stesse sola in casa nel suo dolore, in quei bei lutti di un tempo, dove le donne si vestivano di nero e si rassegnavano all'ingiustizia e al dolore: "noi non ci fermeremo mai. Questo é diventato il nostro lavoro. Questo. Cos'altro possiamo fare? Noi facciamo questo". C'è un attimo di stupore. Poi un applauso. Cercano di chiudere. Penso Daniela non ti hanno capito. Il linguaggio. Le parole. Non ti hanno capito. Io ho capito cosa volevi dire. Loro no. Per questo non ti hanno applaudito a scena aperta. Per questo oggi l'Italia si risveglia con la sua solita routine. Le ventiduemila persone tornano alle loro case. Riflettono. Dormono. Poi domani c'è il lavoro. C'è la sveglia. C'è la bolletta. C'è Berlusconi speriamo cada. C'è quella normalità.

Questo é il nostro lavoro. Lavoro. Fatica. L'Italia è una Repubblica fondata sulla fatica. Per arrivare ad uno scopo. Daniela sta faticando. Riccardo sta faticando. Tutti i presenti ieri al palazzetto dello sport di Viareggio stanno faticando. Stanno lavorando. Però lavoro non si può dire. Lavoro è se ti pagano. Lavoro così cosa significa? "Allora lo fate per soldi". Come qualcuno ha detto anche a me "lo fai per soldi". L'inganno in tutta la sua forza stupida. La banalità del male come diceva Anna Harendt. Faticare per guadagnare é diventato faticare per avere soldi. Quindi soldi. Quindi solo soldi. E invece qui c'è gente che lavora per guadagnare. Guadagnare un mondo migliore. Guadagnare più sicurezza. Qualche diritto. Un po' di libertà. La verità. Addirittura la giustizia.

"Giacomo poi bisogna fare qualche ripresa di te che studi altrimenti pare tu non faccia un cazzo". Ride. "Eh già. In effetti ... ho visto a Bologna la specialistica di sociologia è interessante". Se vuoi ti faccio parlare con un professore bravo un mio amico. Se ti interessa la sociologia ti può indirizzare. "Bene. Ho visto c'è la selezione. Poi ... ti volevo dire che il post di pattada mi è piaciuto veramente molto". Bene. "ti ringrazio anche di quella modifica. Pattada. Sardegna. E' piaciuta anche a mio cugino". Pattada. Italia. Suonava male. Per Giacomo ci sono delle motivazioni perché debba essere Pattada. Sardegna. Le ho condivise. "E' comunque un discorso interessante da fare quello che mi hai scritto: italianizzare è avvicinare genti divise o dividere genti unite". Già. "Sabato partiamo per andare in Val di Susa. C'è stata la chiamata nazionale. Bisogna andare ad aiutarli. E' l'ultima spiaggia per fermare il cantiere". Provo a venire. "Sì però solo all'inizio. Dopo ci sono sicuramente alcuni compagni che preferirebbero non essere ripresi". Ok. Ma tua mamma cosa dice. "Dice che sono di fuori. Poi dice se ti vedesse tuo padre". :-) Come fare una risata in un libro. :-))

Tua mamma é troppo forte. Ma in tutti questi anni non si è mai riaccompagnata? "No. Non ha mai voluto. C'erano anche dei pretendenti. Anche della marina, ex colleghi di babbo. Ma non ha mai voluto. Poi io ero geloso". Come? Era giovane. E' ancora una donna giovane. "Sì. Ma sono geloso uguale. Poi quando ero più piccolo alcuni ex colleghi di babbo venivano a casa e provavano a fare le sue veci. Alcune volte è finita a male parole. Gliel'ho detto di uscire dalla mia stanza e dalla mia vita. Nessuno può prendere il posto di babbo". Capisco. La scelta di tua mamma è simile a quella di altre donne conosciute per Ventanni. E' una scelta forte comunque. "sì". Con orgoglio lo dice. E' orgoglioso di questa mamma forte. Infondo contro ma poi con. "Sai che i primi tempi che andavo alle manifestazioni mi pedinava?". :-). "Sì si metteva dietro in bicicletta con gli occhiali da sole. Qualcuno addirittura mi chiedeva chi fosse e io dicevo é mia mamma". L'avranno presa per una della Digos. :-) ridiamo. Questo lo scrivo. Ridiamo di gusto. In ogni caso gli mancava la Lacoste.

In palazzetto ad un certo punto arriva una donna. E' una delle mamme delle vittime della Thyssenkrup. Con Daniela hanno un rapporto da sorelle. Daniela di Viareggio e lei di Torino. La signora é emozionata. Parla con la voce tremolante. E' contenta della sentenza di primo grado ma ha paura tolgano Guariniello e il suo pool. E' spaventata, quasi terrorizzata. In questo paese si è terrorizzati per lo Stato. Perché lo Stato può sempre tornare ad essere quella cosa crudelmente ingiusta e dalla parte di pochi anche quando per una volta ha fatto qualcosa di giusto. Ad un certo punto la signora dice una frase "anche quando andiamo al cimitero ci dicono sì la tomba di quelli della Thyssen. Anche da morti quel posto se li è tenuti". E' una frase enorme. Una specie di lampada enorme accesa sul nostro cervello a dirgli renditi conto. Hai capito? Hai sentito? In questo mondo, in questo paese, qualcuno muore e resta quello di chi l'ha fatto morire. Non quelli della fabbrica. Quei lavoratori della fabbrica di Torino. No. Quelli della Thyssen. Della. Di loro. Proprio loro. Proprietà loro. E qualcuno tutto questo lo ha accettato. E a qualcuno tutto questo continua ad andare bene. Basta poco. Uno stipendio accettabile. Un musicista o un film che ogni tanto ci emozioni. Una casa. Una partita. Uno shopping ogni tanto. Basta poco.

Loris é salito sul palchetto davanti alla stazione. Prende la parola il sindaco di Viareggio. Passano alcuni treni. Fischiano in segno di solidarietà verso la tragedia di Viareggio. Daniela guarda in cielo. Alza le braccia. Manda un bacio. Parte un applauso. Quel fischio. Quel fischio del treno é un piccolo gesto. Ma cambia il mondo. Quel capo treno. Con un piccolo gesto ha cambiato il mondo. E lo ha fatto per il bene. Ha dato un po' di serenità. Di solidarietà. Di riconoscimento a tutte quelle persone. A Daniela. A tutti gli altri familiari. A tutti coloro che in questa sera d'estate hanno scelto di esserci.

A Giacomo il discorso di Loris é arrivato. Anche a Francesca. Si è commossa. Loris gli ha chiesto se voleva tenere lo striscione. Francesca era onorata. Quando l'ho vista dietro lo striscione ho pensato alla bellezza dell'amore. Mezzora prima ne parlavamo con Paolo. Voleva sapere com'è lavorare con chi si ama. Bello. Difficile. Ma se ami qualcuno lo stimi anche per le sue qualità. E allora é bello lavorare per far esprime quelle qualità e ritrovarsi a condividerne insieme i frutti.

Tre giornalisti in fila. Tre sceneggiature già viste. Tre passaggi di quell'attenzione disattenta verso quest'uomo. Chi sei te? "Loris Rispoli". Ah e come mai sei qui? "sono il rappresentante dei familiari delle vittime del Moby Prince". Ah. Capito. Posso farti due domande allora? "Certo". Tre volte Loris ieri davanti agli occhi miei e della nostra camera ha dovuto ripetere "sono Loris Rispoli. Sì sono qui in rappresentanza dei familiari delle vittime del Moby Prince. Sì siamo qui per sancire l'inizio di questa associazione tra tutti i comitati della vittime delle tragedie italiane, per solidarietà reciproca". Ci puoi dire due parole sul Moby Prince? Cioè questa vicenda che alla fine dopo tanti anni é ancora irrisolta. "Non sono stati puniti i colpevoli, ma non è irrisolta. Nella sentenza di appello di Firenze ci sono scritti i responsabili: l'armatore Onorato, il comandante della petroliera contro cui è andato il Moby Prince, Superina, e il comandante della capitaneria di porto, Sergio Albanese. Il problema è che nessuno di questi é stato punito perché il reato era prescritto. Quindi dovremmo cambiare il capo di imputazione da omicidio colposo a strage colposa. Così potremmo riaprire il processo".

Cazzo penso io. Questa sì che è una notizia. Potrebbe riaprirsi il processo Moby Prince. Il rappresentante dei familiari delle vittime vi sta dicendo che si potrebbe riaprire il processo della più grande tragedia della marina civile di questo paese, della più grande strage sul lavoro di questo paese. Due telefonate in redazione. Pezzo in prima pagina. Clamorosa riapertura possibile. Poi potreste studiare e capire che nessun giornale italiano o tg italiano o radio italiana nazionale ha mai parlato esplicitamente della sentenza di appello di Firenze sul Moby Prince. Nessuno ha mai fatto una puntata in prime time per dire "ecco: la tragedia del Moby Prince secondo lo Stato Italiano è dovuta all'armatore della Moby Prince, Vincenzo Onorato, per le condizioni del traghetto, al comandante della petroliera Agip Abruzzo, statale, Renato Superina, perché stava a luci spente in una zona di divieto d'ancoraggio, al Comandante della Capitaneria di Porto, altro ente statale, Sergio Albanese per non aver coordinato i soccorsi e secondariamente al terzo ufficiale dell'Agip Abruzzo, l'allora ventitrenne Valentino Rolla per non aver indicato la presenza di nebbia". Ecco qua. C'avete già tutto.

Invece niente. O poco più di niente. O molto meno del tutto cui dovremmo tendere e pretendere. Alle 17 al Palasport di Viareggio c'erano tante persone. Per una giornalista poche. Non c'è tutta la città. Loris risponde "non deve vedere ora, deve vedere stasera. Ora è il momento dei familiari delle vittime per questo coordinamento tra tutti i comitati". A quella ragazza non bastavano. Ne voleva di più. Baudelaire diceva "il piacere della moltiplicazione del numero". Una massa amorfa intellettualmente ma presente fa più di duecento persone partecipi e unite. Siamo ancora a questo livello.

C'è rabbia nelle mie parole. Sono arrabbiato. Sono molto arrabbiato. Alla fine le parole se le porta via il vento. Le parole sono base dell'inganno. L'esperienza rivela. Le parole inseguono l'esperienza e mettono tutto in ordine. Allora ieri ho pensato: qui si misura lo spessore delle persone. Da chi c'è oggi qui a Viareggio si misura quanto "Ventanni" riuscirà nel suo scopo di cambiare, cambiandoci. Perché bisogna farlo un progetto così per capire. Ma se quel dolore non lo si è mai provato. Se c'è poco di noi in Ventanni. Da Ventanni si sta lontani. Come da Loris. Come da Daniela. Come da Giacomo. Come da tutti loro. Come da tutti noi. Davanti a ventiduemila persone e interrotto più volte dagli applausi Loris ha spiegato "chi perde un familiare ha un dolore non paragonabile a chi perde una casa, un televisore, un telefono e nessuno si deve permettere di equipararli". Io non ho perso un familiare sul Moby Prince. Anche se un altro giornalista disattento ha scritto anche questo. Ho vissuto altro. Forse proprio per quel dolore riesco a intendermi con chi invece é un familiare delle vittime del Moby Prince, come di Viareggio, come delle White House di Milano. Ma da quel dolore bisogna trarre la forza per cambiare. Quel dolore è il motore del cambiamento. Di quel cambiamento vero. Quello di due signore anziane. In passeggiata a Viareggio. La sera del 29 giugno 2011. Si vedono sfilare dei giovani dietro uno striscione "Moby Prince: 140 morti nessun colpevole". Li guardano si commuovono e iniziano a battere le mani. "Bravi! Dai". Vicino al loro un uomo grida "Verità!". E Giacomo si commuove. Quel sostegno. Quell'enorme sostegno di Viareggio. Quelle ventiduemila persone in piazza. La gente per le strade ad incitare con compostezza. La migliaia di bottigliette d'acqua donate dalla Coop alla protezione civile per darle alla gente. Le luci dei locali, anche di Burger King, spente. La sentita solidarietà di tutta quelle gente lo ha commosso. E mi ha commosso. Nel ricordarla ora. Mi continua a commuovere. Perché Giacomo se lo merita. Perché tutte quelle persone se lo meritano. Perché hanno fatto una cosa grande. Hanno dato speranza a un ragazzo che se la merita. A tanti ragazzi che se lo meritano. A tanti uomini che se lo meritano. A tante donne che se lo meritano. A Daniela. A questa donna sconvolta che, come dice Loris, ha dovuto mettere in piazza il suo dolore per essere ascoltata. Come le madri delle vittime del Moby Prince. Come Giacomo. Come Loris. Come tutti loro. Livorno però è diversa. Livorno. La Livorno solidale si è fermata alla pacca sulla spalla e al deh mi piglia un'angoscia quando vedo Rispoli. Livorno é un bambino viziato. Quando la realtà è troppo forte. scappa. Pensa di essere qui solo per essere servito. A servire ci penserà qualcun altro. Di cui sicuramente è la colpa per tutti i mali del mondo.

Andrea, l'amico di Giacomo. Uno degli amici di Giacomo é venuto a tenere lo striscione e chiede del documentario. Chiede dove finiranno queste immagini e lo chiede in modo sinceramente partecipe. E' di Livorno. Lo dice alla livornese. Con grande sincerità "secondo me se fai uscire questa cosa al cinema é roba da seghe. Scusa ... sai a Livorno si dice così". Lo so. Ho capito. Se Livorno vorrà. Forse "seghe" no. Ma almeno un po' di ossigeno a chi ne ha bisogno. Magari quello. Lo spero.

 

Donne. 29 giugno 2011